ヨーロッパへの窓

★★★★★★

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母はわかってくれない

Mia madre non mi capisce

アルベルト・サヴィーニオ

Alberto Savinio
アルベルト・サヴィーニオ

アルベルト・サヴィーニオ
Alberto Savinio

Alberto Savinio (1891-1952), pseudonimo di Andrea de Chirico, è stato uno scrittore, pittore e compositore italiano. Insieme al fratello Giorgio de Chirico è stato uno dei fondatori dell’arte metafisica. La sua narrativa, ricca di componenti ironiche e surreali, è contrassegnata da un audace sperimentalismo. Accanto al grande successo di pubblico della raccolta di biografie (Narrate, uomini, la vostra storia, 1942), le sue opere più caratteristiche sono forse Hermaphrodito (1918), Achille innamorato. Gradus ad Parnassum (1938) e Infanzia di Nivasio Dolcemare (1941), in cui domina tanto il gusto del fantastico quanto la tendenza al rimescolamento dei generi e degli stili. Il racconto Mia madre non mi capisce è contenuto nella raccolta Casa “La Vita” (1943), una serie di storie brevi che sono state considerate come una specie di summa della narrativa di Savinio, il cui tema centrale è dato dal fantasmagorico trasformarsi delle esperienze note, usuali, familiari in qualcosa di alieno, straniato, perturbante.

Mia madre non mi capisce

Alberto Savinio

È la sera del 31 dicembre. Nivasio Dolcemare rincasa. La sua maestosa persona vestita di ottima lana, calzata di scarpe dalla triplice suola, abbracciata da un ampio cappotto dai risvolti larghi come porte di armadio, traversa la via imbottita di nebbia. C’è per tutta la città quell’odore di ceppo bruciato, che è il fiato delle feste natalizie e di fine d’anno. La via nella quale abita Nivasio Dolcemare è una via signorile, netta di negozi, edificata da una parte di case di civile abitazione, dall’altra del muro di un convento onde sporgono alcuni neri rami d’alberi. Questi scheletri arborei sono il solo aspetto triste di questa via, il solo richiamo all’infinito dolore del mondo. Le case dirimpetto sono una unica fortezza compatta, che con le sue blindature di cemento protegge il benessere di alcune centinaia di privilegiati. Per effetto della sua signorilità, la via nella quale abita Nivasio Dolcemare è meno illuminata delle altre che Nivasio ha traversato poco prima, sfolgoranti di mostre piene di gioielli, giocattoli, dolci, oggetti di lusso molto seducenti e privi di ogni apparente utilità. Un’automobile è attraccata al marciapiede lustro, simile a una grossa tartaruga addormentata: segno che la signora Dolcemare è a casa. «Signora Dolcemare», riferito a sua moglie, stasera suona strano a Nivasio come se l’udisse per la prima volta. Questo il veleno delle feste. Riportano avanti le cose passate, le cose dimenticate. Anche questo sorprende penosamente Nivasio Dolcemare, che certe cose che crediamo immortali, come il ricordo di nostra madre, si spengano senza che ce ne accorgiamo e calino nel buio dell’oblio. Nivasio ora ricorda con sorpresa che una volta «signora Dolcemare» era soltanto sua madre. Questo nome sua madre lo portava con maestà, come un monumento porta il suo titolo: Mole Antonelliana, Porta Metronia, Basilica di Massenzio. Sua madre aveva il talento d’immaestrare se stessa e tutto quanto derivava da lei. Nivasio ripensa a quanto difficile fu il trapasso, o meglio la continuazione del nome in un’altra persona; quanto difficile fu saldare l’anello di congiunzione, creare l’abito che anche sua moglie è «signora Dolcemare». Con la sua sola presenza, sua madre sembrava dire che essa sola aveva diritto nei secoli di chiamarsi «signora Dolcemare». La sua persona occupava interamente la porta dell’avvenire e la precludeva altrui. E come riusciva, essa così piccola di statura, a sembrare così alta, a farsi così imponente? Un dramma muto ma non per questo meno terribile scoppiò quel giorno che la domestica recò una lettera, e alla signora Dolcemare che la credeva sua disse: «No: è per la giovane signora Dolcemare».

Nivasio Dolcemare ha le braccia ingombre di pacchi. È contento di portare tanti regali a sua moglie, ai suoi figli, e avendo addizionato mentalmente le somme spese, è orgogliosamente soddisfatto del totale.

Arrivato davanti al portone, Nivasio si destreggia in esercitazioni di equilibristica, e poiché riesce finalmente a liberare l’indice tra il pacco del meccano e quello delle fragole, preme l’occhietto lucido del campanello e il portone si apre di scatto. Fragole in dicembre! Che dirà sua moglie? Nivasio Dolcemare è accolto dal tepore della casa signorile e il suo passo si spegne nel tappeto. Risponde benevolo al «buonasera signor commendatore» del portiere, e anche questa volta mentre si avvia verso l’ascensore pensa: «Augusto vive nell’oscurità dei veri valori. Crede farmi piacere chiamandomi commendatore. Poveretto! Costui non capirà mai che quando ci si chiama Nivasio Dolcemare, qualunque titolo diventa un pleonasma minore». Armonioso e odoroso di preziose essenze, l’ascensore assume Nivasio Dolcemare al terzo piano.

Tutte le camere sono illuminate, la casa è piena di una vibra-

zione di felicità. Come all’entrare in un mulino si è accolti dal rumore regolare della mola che macina il grano, così nell’entrare nella sua abitazione Nivasio Dolcemare è accolto dal rumore regolare della macchina che macina la felicità.

Immagine grata a Nivasio Dolcemare è anche la faccia di Giulio, il cameriere dai piedi dolci che avanza premuroso per aiutarlo a togliersi il cappotto e sorride con la bocca, e con gli occhi pure anche più dolci dei suoi piedi.

Giulio è il servo per eccellenza. Non ha reazioni di nessuna sorta: non senso di dignità umana, tanto meno di onore; e pratica lo stile gesuitico meno per istudio che per talento naturale.

Nell’estate di due anni or sono, Nivasio era restato solo in città, poiché Maria e i bambini erano andati nella loro casa del Poveromo, e di sera cenava in trattoria.

Nivasio conobbe Giulio nella trattoria del Mancino, e cominciò ad apprezzarlo subito, perché Giulio, distinguendosi dal gruppo bianconero degli altri camerieri, anzitutto imparò subito il nome del «signor Nivasio», poi prese il «signor Nivasio» sotto la sua tutela alimentare, consigliandogli talune pietanze e sconsigliandogliene altre, facendogli le porzioni massime e praticando grossi sconti sul conto.

Venuto l’autunno e riunitasi nuovamente la famiglia Dolcemare in città, Giulio eluse la sorte degli amori estivi che tronca le relazioni più promettentemente iniziate, e divenne il fornitore accreditato dei Dolcemare, l’eminenza grigia della loro mensa; recando in casa Dolcemare, sempre sorridente, sempre sollecito sui suoi piedi di papera, sempre con l’aria di favorire e di non «far pesare» il favore, primizie rarissime, derrate fuori commercio, cibarie clandestine.

Questo tuttavia non sarebbe bastato a stringere fra Nivasio Dolcemare e Giulio l’alleanza che tuttora li lega e sembra infrangibile a tutto, ma ci fu bisogno di una specie di prova del fuoco, di giudizio di Dio.

Una sera, nella trattoria del Mancino, Giulio servì a Nivasio un quarto di pollo in istato di avanzata putrefazione. Nivasio nutriva una fiducia così piena nella fedeltà di Giulio, che da lui avrebbe accettato qualsiasi cibo, fosse pure un piatto di carboni accesi; ma il fetore che mandava quella carne marcescente era tale, che Nivasio respinse il piatto con ribrezzo, chiamò Giulio e indicandogli il volatile putrefatto disse: «Giulio, questo animale pute».

Giulio per parte sua è così sicuro del fascino dei suoi occhi sorretti inferiormente da un cuscinetto di grasso, del suo sorriso perpetuo, della sua voce inalterabilmente melata, che col favore di questo fascino egli crede di poter varare le menzogne più spropositate. Disse: «Signor Nivasio, questo pollo è freschissimo».

Nivasio Dolcemare è affetto da glicemia e va soggetto a improvvisi accessi di rabbia.

«Puzza!» gridò Nivasio, arrossendo fino alla radice dei capelli, «e anche più di questa carogna, puzzate voi!»

Così disse Nivasio Dolcemare, e in così dire afferrò il piatto sul quale era coricata la «carogna» e lo tirò in direzione di Giulio, che lo ricevé sul suo candido sparato di lavoratore della mensa. E si noti che la prima volta Nivasio Dolcemare disse «pute» per mitigare con l’ironia del latinismo l’asprezza del rimprovero, e la seconda nella sincerità dell’ira disse «puzza».

Fu questa la prova del fuoco, questo il giudizio di Dio. Perché Giulio non batté ciglio, non spense il sorriso sulle sue labbra ma si chinò sollecito a raccogliere la «carogna» e il piatto miracolosamente incolume; e dopo meno di un minuto tornò non più con un quarto di pollo putrefatto, ma con mezzo pollo dorato e odoroso, la zampetta retratta sul purissimo biancore dello sterno; e sorridente, sollecito, mellifluo come se invece di un insulto e di un piatto in petto avesse ricevuto un complimento, lo depose davanti al «signor Nivasio» che disarmato, gli occhi chini, confuso di vergogna lo ricevé.

Susurrò Giulio nel deporre sulla tavola quel magnifico frammento di pollo: «E questo, signor Nivasio, non lo passeremo in conto».

Nivasio Dolcemare sa che ignobile è il sentimento di servire e altrettanto ignobile il sentimento di farsi servire. Ma come resistere a un simile uomo? All’inizio dell’inverno Giulio abbandonò la trattoria del Mancino ed entrò al servizio di Nivasio Dolcemare. Si strinse allora fra Nivasio Dolcemare e Giulio un patto di complicità, che dà facoltà a Giulio derubare il «signor Nivasio» a man salva, ma con strumenti lubrificati e in maniera anestetica, e dandogli l’illusione per soprammercato che è servito disinteressatamente e con amore.

Non sempre si ode in casa Dolcemare il rumore della macchina che macina la felicità. Ma quando la macchina tace, è segno che il deposito della felicità è pieno.

Di notte, quando Maria dorme nella sua camera, la testa irta di papigliotti come la testa della Medusa e la faccia unta di crema; e nella loro camera dormono Angelica e Ruggero in un leggero lezzo di pulcini; e Giulio lascia finalmente riposare in fondo al letto le sue piote di melassa; e dormono anche i due pappagalletti dietro le sbarre cromate della loro gabbia; e anche i fornelli dormono in cucina; e i rubinetti nella camera da bagno; e solo Nivasio veglia nella notte alta, egli sente allora intorno a sé il pieno della felicità che allaga la sua casa e sta per traboccare.

Solo egli veglia nella notte. Solo. Ma non sempre. E talvolta lui, e uno scarafaggio, coleottero lucifugo, il quale nel buio, lentamente, ascende il tubo dell’acquaio. Perché Nivasio Dolcemare, benché arrivato, benché superata la cinquantina, benché adagiato nelle mollezze della vita borghese, non rinuncia tuttavia a certi particolari eroici della vita del grande uomo, come di vegliare talvolta nella notte – quantunque molto più moderatamente di una volta – e di raccogliersi nel silenzio di uomini e cose in alte e vaste meditazioni, mentre il pianeta sfugge al controllo del sole ed è volto agli spazi liberi e infiniti.

«I signori sono già arrivati» dice Giulio allargando fino alle orecchie il suo sorriso da salvadanaio.

L’annuncio che dà Giulio è inutile, perché attraverso la vetrata del salotto velata di tendine rosa, onde traspare la luce dorata del lampadario di cristallo, trapela il chiacchierio degli ospiti e lo scroscio delle loro risa; ma Giulio, servo psicologo, sa che per far cosa gradita al suo padrone le parole non sono mai inutili, le ripetizioni mai troppe, i pleonasmi sempre bene accetti.

D’improvviso il chiacchierio e le risa salgono di tono: la porta del salotto si è aperta, Maria entra nel vestibolo mentre Nivasio si toglie il paltò con l’aiuto di Giulio, in abito da sera e scintillante di gioielli, bacia Nivasio sulla gota, frettosa ma sorridente, illuminata in trasparenza da una luce interna come mano che fa schermo al lume, corre via leggera e profumata a vedere se i bambini sono già a letto. Poco dopo, Angelica e Ruggero, nei loro pigiamini uguali, inciampando nei calzoni troppo lunghi come se giocassero alla corsa nel sacco, vengono ad augurare la buona notte al loro papà.

La serata si svolge con larghezza e decoro. A cena erano invitati alcuni amici dei Dolcemare, la cena era squisita e servita a puntino dall’impareggiabile Giulio. Altri invitati sono venuti dopo cena. Nivasio passa da gruppo a gruppo e in ogni gruppo coglie lodi e parole di ammirazione. Iperboliche le lodi delle signore, più sobrie quelle degli uomini; e sono queste che fanno più piacere a Nivasio Dolcemare, come più consapevoli e più abilmente dirette al segno. Le donne non sanno lodare. Talune, del tutto fuori tono, lodano la prestanza fisica di Nivasio Dolcemare, la freschezza della sua carnagione. E lui che vorrebbe essere l’uomo più mal ridotto del mondo, ma egualmente lodato per elevatezza di mente, brillio di spirito, grandezza e originalità di ingegno! «Ma le donne» pensa Nivasio Dolcemare col non confessato fine di correggere l’impressione umiliante di quelle inabili lodi «le donne riducono tutto al fisico e nel fisico comprendono anche il morale, e chi sa che questo loro criterio non sia il criterio migliore e più sano…».

Nivasio Dolcemare ora parla e ora ascolta, ora rivolge domande e ora riceve risposte, ma assieme dà ascolto a voci inaudite e gelose. Formula pensieri ad alta voce, e assieme segue altri pensieri che non dice. Evoca ricordi che comunica ai suoi ospiti, e assieme evoca altri ricordi che non rivela. Svolge dialoghi con i suoi interlocutori, e insieme svolge un dialogo mentale con se stesso. Molti dei sorrisi che muovono le sue labbra, molte delle luci che passano sotto le sue lenti non sono effetti di quello che gli dicono gli altri, ma di ciò che egli stesso si dice. Stasera Nivasio Dolcemare è come un cantante che canta la sua parte in mezzo a scene, praticabili, fondali che lui solo vede, e che sono l’ineffabile messinscena della sua vita colorata e felice.

Anche la posta che Nivasio Dolcemare ha trovato rincasando sulla sua scrivania ha contribuito a rendere più viva e documentata la profonda soddisfazione che stasera egli sente di sé. C’era una raccomandata del suo editore, amichevolissima nel contesto e ornata di un assegno cospicuo per anticipi sul manoscritto consegnato alcuni giorni avanti. C’era una rivista di giovani con un articolo contornato da lapis turchino, nel quale un ignoto, Eraclito Paris, parla dell’«ultima prosa di Nivasio Dolcemare» con deferente ammirazione e trattando Nivasio da maestro. C’era infine la lettera di un ammiratore residente a Marghera, il quale, letto nella Stampa l’articolo su Orfeo, «non ha potuto resistere al desiderio di esprimere al grande scrittore…».

Quando Maria si alzò da tavola e segnò l’abbandono da parte di tutti i commensali della mensa devastata, Nivasio approfittò di quella confusione e si ritirò nel suo studio, prese da una cartella il ritaglio del suo elzeviro uscito pochi giorni prima e se lo rilesse piano piano, indugiando sui passi più lodati dall’ammiratore di Marghera e assaporandoli; e poiché costui firmava la sua lettera Cavallo, Nivasio Dolcemare pensò in un breve ma lucido delirio che ora anche i cavalli leggono e ammirano i suoi scritti, scotendo in segno di approvazione le belle teste ornate di ondeggianti criniere.

Mentre Nivasio rilegge il suo elzeviro come se bevesse nettare, echeggia vicino a lui un lamento molto fioco ma immensamente triste.

Questo lamento non sorprende Nivasio Dolcemare, ma lo turba. Pare a Nivasio di riudire una voce profondamente nota,tragicamente familiare. Tuttavia egli non ha ancora finito di libare il suo elzeviro e non bada troppo a quella voce.

Lo studio di Nivasio è illuminato da una luce dotta, più dorata che viva. Il soffice tappeto fa morbido il passo. A traverso la porta aperta si vedono gli ospiti in salotto, alcuni seduti in gruppo, altri che passeggiano a coppie. Giungono le loro voci quando con chiarezza di parole, quando nel solo suono. Ma Nivasio non ascolta: continua a leggere.

Il lamento torna a echeggiare.

Nivasio ha terminato di leggere. L’articolo di Eraclito Paris, la lettera del signor Cavallo gli danno una grande euforia letteraria. Nivasio non si lascia sfuggire la felice coincidenza, e nelle lodi di Eraclito Paris trova metafisicamente anche la lode di Eraclito l’Oscuro. Le lodi illuminano di magnifica luce e la sua opera compiuta, e quella in formazione. I suoi lavori, i suoi progetti gli appaiono disposti in un anfiteatro ideale, illuminati dall’alto da una luce d’apoteosi. Se i libri di Nivasio Dolcemare non negano l’esistenza di Dio, è perché in essi l’inesistenza di Dio è sottintesa e vi si parla di là dall’esistenza di Dio, di là di molti postulati che una volta, e non per lui ma per gli altri, erano essenziali ma che lui Nivasio non ha preso in seria considerazione neppure da ragazzo, e che di poi ha completamente dimenticato. Orgoglioso è Nivasio di questo argenteo vuoto che lo circonda e che egli riempie della sua sola intelligenza, come si riempie di vino una coppa di cristallo. E come le parole del solo amico degno di lui, Nivasio ricorda i versi di Lucrezio:

Quare religio pedibus subiecta vicissim

Opteritur, nos exaequat victoria caelo.

Il lamento torna a echeggiare.

Terribile ricordo. L’agonia della madre di Nivasio era durata due settimane. Terribile ricordo. L’assisteva una suora infermiera che per l’amore di Dio si era dedicata all’assistenza degli ammalati, ma quando scoccava l’ora della messa non badava ad altro e se ne andava lasciando la sua assistita a combattere sola con la morte. E lei, la grande signora Dolcemare, la dama maestosa, la donna-monumento, la vivente Mole Antonelliana, stesa senza speranza di mai più rialzarsi sul letto torturato dal suo spasimo, senza parrucca in testa, senza dentiera in bocca, senza carne sulle ossa – la suora infermiera stentava a trovare sulla coscia o sulla natica un «pizzico» di carne nel quale iniettare la spasmalgina che l’assopiva per un po’ di tempo – ridotta a una minuscola creatura urlante, che non riconosceva più suo figlio, e lo guardava senza vederlo, e d’un tratto scoppiava a piangere «per sue ragioni personali», e si aggrappava con le mani scheletriche alle braccia di Maria, come per non essere tirata giù da un mare in tempesta. E quel suo grido regolare e insistente. Strano e assurdo grido. Grido di gallinaccio strozzato e prolungato. Grido che traversava le porte, traversava i muri, traversava il giorno, traversava la notte, traversava la casa, saliva al piano di sopra, scendeva ai piani di sotto, arrivava fino alla guardiola del portiere…

Agonia. Nivasio pensava con tutto il suo pensiero al significato della parola agonia. Lotta! E chi lottava era sua madre. Sua madre! Lottava contro un invisibile avversario, senza possibilità di aiuto, senza speranza di vittoria. Invano. E allora Nivasio capì che per passare dalla vita alla morte bisogna curvarsi e farsi piccoli piccoli come per passare attraverso un pertugio molto stretto. Allora Nivasio pensò che la morte è il parto più difficile e una terribile nascita. Allora Nivasio capì che tutta la sofferenza dell’agonia è in questa strettezza del pertugio. Allora Nivasio sentì che quando la creatura anche più cara a noi agonizza, ossia lotta per il passaggio, quello che essa invoca da noi non è di trattenerla di qua dal passaggio, ma, terribile a dire, di aiutarla a passare di là.

Ora questo stesso grido echeggia vicino a lui, alla sua destra, ma fioco fioco, come l’ombra, il fantasma di quel grido.

Che cos’è questo debole lamento che viene dalla camera vicina? In questa camera Nivasio non è mai entrato, e persino ignorava che accanto al suo studio ci fosse un’altra stanza. Ma questa scoperta non gli fa stupore. L’abitazione di Nivasio Dolcemare è così vasta che ancora sono in essa parti inesplorate, nelle quali Nivasio non si è ancora avventurato. Si sa come avviene. Si dice:«Andrò domani» e poi si rimanda e si finisce per non pensarci più. E così noi abitiamo luoghi che o conosciamo male o non conosciamo affatto, circondati dal mistero e dalle insidie.

Lume non c’è nella camera adiacente, ma parte della luce dello studio passa di là attraverso la porta aperta. Ma chi ha aperto quella porta?

Il lamento si ripete.

Nivasio non ha più dubbi: chiamano lui.

Richiamo inopportuno. È tanto che Nivasio sta lontano dai suoi ospiti, e proprio nel momento in cui egli si è determinato a tornare in salotto, ecco che lo chiamano dalla stanza sconosciuta.

Anche a non tenere conto del dovere di ritornare presso i suoi ospiti, Nivasio Dolcemare sente una invincibile intolleranza delle cose tristi e la sofferenza, la povertà, tutto quanto eccita la compassione lo ripugna.

Il lamento si ripete, breve ma insistente. C’è in questo dolente richiamo qualcosa di puerile, di miseramente piccolo, o piuttosto di impuerito, di ridotto al minimo.

Nivasio passa nella stanza sconosciuta.

A che serve questa stanza?

La penombra vieta di conoscere esattamente che cosa c’è in questa stanza, ma s’intravedono tuttavia dei mobili accatastati: dei mobili «di altro tempo».

Poiché si è assuefatto un poco alla penombra, Nivasio Dolcemare comincia a riconoscere qualcuno di quei mobili. Ecco la credenza rinascimento fiorentino, i grappoli d’uva che fanno da maniglia agli sportelli, l’alzata sulla quale erano schierate le ceramiche di Faenza. Ecco il canterano al quale manca al secondo cassetto la guarnizione di metallo intorno al buco della serratura. Ecco il lavabo con la tavola di marmo, il catino a fiorami rossi, la brocca dal becco sbeccato. Ecco il tirastivali in forma di lira.

Ora Nivasio riconosce questi mobili. Sono i mobili della sua infanzia. Lo sgabello della camera dei giochi che, capovolto, fungeva da slitta. La caldaia ad anse «inventata» da suo padre per scaldare l’acqua del bagno.

Questi mobili «storici» qui non sono collocati secondo la logica della loro destinazione, ma ammucchiati come in un magazzino.

«I miei mobili storici» pensa Nivasio «i mobili della mia storia». Ma anche Nivasio Dolcemare, come tutti gli uomini consapevoli, si vergogna della propria storia e vorrebbe nasconderla, cancellarla dall’accusatrice lavagna del passato. Quasi tutte le cose che egli ha fatto sono cose che non voleva fare. Quelle invece che avrebbe voluto fare non le ha fatte, ma spera di farle un giorno e per questa ragione vive, per questa ragione «continua» a vivere. Anche l’Umanità, anche il Mondo, se fossero come lui capaci di sentire la vergogna di quello che hanno fatto e assieme rimorso di quello che non hanno fatto, si vergognerebbero della loro storia: l’Umanità della storia dell’umanità, il Mondo della storia del mondo.

Può darsi però che questi mobili siano stati sempre così: accatastati. Quello che a Nivasio ora pare disordine, forse è il loro vero ordine. La casa nella quale egli è vissuto fanciullo era densa e oscura come una foresta nella quale il sole non è entrato mai. Per chi di noi la casa dell’infanzia non è stata un negozio di antiquariato?

Il lamento echeggia vicinissimo.

Nivasio si china.

Per terra c’è una gallina.

Una gallina piccola piccola.

È suo il lamento.

Che dice?

Nivasio si china anche di più, avvicina l’orecchio al becco della piccola gallina, ode come un nodo di parole: «I… ono… tu… ade…».

Nivasio sta in ascolto. La piccola gallina ripete ancora, insistente, angosciata: «I… ono… tu… ade…».

La prima idea di Nivasio è di chiudere la porta dello studio, poi quella della stanza, frapporre una doppia barriera sia pure di legno tra la piccola gallina e gli ospiti che conversano in salotto, nel fumo azzurro delle sigarette.

Poi Nivasio cambia idea. È contento di avere ritrovato sua madre, anche ridotta in quelle condizioni. Tante cose sono avvenute da quando non si sono più veduti, tanti mutamenti. Nivasio ha fretta di mettere sua madre al corrente. Le mostra sulla scrivania l’articolo di Eraclito Paris, la lettera del signor Cavallo, la ricchezza del mobilio, la vastità dell’alloggio, gli ospiti laggiù, tutta gente di riguardo che onora in lui lo scrittore famoso.

Nivasio guarda la piccola gallina per riconoscere l’effetto delle sue parole; ma la piccola gallina ha l’occhio rotondo e fisso; mostra di non capire; solo di tanto in tanto continua a emettere il suo lamento, fioco fioco e immensamente triste.

Allora Nivasio invita la piccola gallina a venire in salotto. La presenterà ai suoi ospiti. Annuncerà a tutti che sua madre è ritornata. Non si lasceranno più, vivranno sempre insieme.

Ma mediante alcuni movimenti quasi impercettibili del capo, la piccola gallina fa capire che non le è possibile uscire da quella stanza, abbandonare quei mobili, aprire le ali, staccare le zampette dal pavimento.

Nivasio capisce. Una ruota gira improvvisamente nella sua testa, e quando la ruota si ferma, egli vede l’altro aspetto delle cose.

Allora Nivasio va a chiudere la porta dello studio, poi quella della stanza «sconosciuta», ma non per le medesime ragioni di prima.

Mentre chiude la porta dello studio e quella della stanza «sconosciuta», Nivasio Dolcemare fa la più grande rinuncia che uomo possa fare: rinuncia alla sua vita, a quella che «credeva» la sua vita.

La stanza rimane al buio, ma Nivasio vede come in pieno giorno.

Nivasio si avvicina alla piccola gallina, le si china accanto, cerca anche lui di farsi piccolo piccolo. Ci riesce. E nell’oscurità di quella stanza che credeva di non conoscere e che invece è la camera nella quale egli è venuto al mondo, Nivasio dà sfogo silenziosamente alle lacrime da tanti anni tenute a freno, e al pianto di una intera vita.

Allora la piccola gallina cessa il suo lamento.

Ha ritrovato il suo pulcino.

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